
28 luglio 2026
UX e psicologia: l’effetto IKEA nei prodotti digitali
Cosa c'entrano tra loro un famoso mobilificio svedese e la tua app? Più di quanto pensi! In questo articolo parliamo dell’effetto Ikea nel mondo digitale.
Hai mai notato quanto può essere difficile liberarsi di un mobile che hai montato personalmente, anche quando ha un look sorpassato o smette di essere funzionale? Se ti è successo, non sei il solo: è colpa dell’effetto IKEA!
Nonostante il nome, e l’esempio, l’effetto IKEA ha poco a che fare con i mobili. Scopriamo insieme di cosa si tratta e come influisce sul tuo prodotto digitale.
Cos’è l’effetto IKEA
Nel 2012, uno studio di Norton, Mochon e Ariely ha fatto una scoperta rivoluzionaria, per quanto intuitiva: la tendenza ad attribuire un valore maggiore agli oggetti che ci si è costruiti da soli. E non solo: il valore attribuito era comparabile con quello attribuito a oggetti costruiti da esperti.
In pratica, quello che descrive l’effetto IKEA è un effetto psicologico per il quale ciò che richiede il nostro impegno, come appunto montare un mobile del celebre mobilificio giallo-blu, ci lega maggiormente al prodotto.
Alcuni casi di effetto IKEA
Il principio è dimostrato anche in ambiti diversi dalla costruzione di mobili (o lego e origami, come nell’esperimento originale). Infatti, sembrerebbe essere alla base del successo di prodotti di marchi popolari, ad esempio Build-A-Bear, il celebre colosso americano che consente ai propri clienti di imbottire e vestire i peluche che acquistano.

Ma possiamo pensare anche a esempi nella vita quotidiana. Se ad esempio cuciniamo un piatto utilizzando i prodotti del nostro orto, ci terremo sicuramente a farlo sapere ai nostri commensali. Eppure, non sarebbe stato più facile acquistare semplicemente i prodotti al supermercato? Sì, ma aver cresciuto la pianta, raccolto i suoi frutti e infine averli portati in tavola rende il piatto automaticamente più saporito.
A tutto c’è un limite
Quindi a prescindere dal risultato, se lo abbiamo fatto noi sarà percepito come migliore? Non è proprio così. Perché l’effetto si verifichi, la costruzione deve essere completata con successo.
Secondo lo studio precedentemente citato, infatti, se il compito viene interrotto a metà, o non termina in un successo, il legame con il prodotto cala drasticamente. Ad esempio, in una fase dello studio ai partecipanti veniva chiesto di interrompere il montaggio di un mobile prima che questo fosse completato; in questo caso, l’effetto IKEA non si verificava.
Dal canto opposto, invece, anche quando la costruzione viene terminata con successo ma richiede un impegno minimo, ad esempio il montaggio di un singolo elemento, mancano i presupposti per il verificarsi dell’effetto.
Nell’insieme, quindi, gli elementi cruciali per l’effetto IKEA sono: lo sforzo, la sensazione di aver dato un contributo e l’ottenimento di un buon risultato.
L’effetto IKEA nella UX
Uno dei principi sacri della UX è il tentativo di eliminare ogni attrito tra l’utente e l’applicazione. Ne abbiamo parlato in vari articoli: quando progettiamo un’applicazione, il nostro scopo è quello di renderla estremamente facile da usare, qualsiasi sia il supporto alla quale è destinata.
L’effetto IKEA ribalta questa visione: un minimo attrito iniziale, superabile dall’utente e finalizzato alla personalizzazione del prodotto, può:
- Aumentare il senso di appartenenza e il coinvolgimento
- Far apprezzare maggiormente il prodotto
- In certi casi, contribuire alla willingness-to-pay
Come applicare l’effetto IKEA alla UX
Ma come possiamo far sì che l’utente personalizzi il proprio prodotto? Esistono diverse sezioni che si prestano bene a essere lasciate in mano all’utente. Alcuni esempi sono:
- Dashboard personalizzabili: l’utente sceglie cosa vedere nella propria dashboard, a seconda delle sezioni che utilizza con più frequenza.
- Preferenze in onboarding: la selezione può riguardare gli interessi o aspetti di utilizzo specifici.
- Selezione degli obiettivi: in app per l’apprendimento o per l’allenamento, si possono selezionare obiettivi individuali.
- Scelta di un avatar: poter scegliere da cosa essere rappresentati aumenta il coinvolgimento dell’utente.
Anche noi di Mabiloft applichiamo questo principio alle nostre applicazioni. Per esempio, in SuSheet, la nostra app per ordinare ai ristoranti di sushi, l’utente può scegliere tra varie icone disponibili il proprio avatar, e persino espandere la scelta con un pacchetto acquistabile.

Quando la personalizzazione diventa una barriera
Esistono molti casi celebri e di successo dell’effetto IKEA ben applicato:
- Spotify richiede alla registrazione di selezionare alcuni artisti di proprio gradimento, in modo da suggerire fin da subito playlist mirate
- Su Duolingo, oltre a poter creare un avatar a propria immagine e somiglianza, è possibile indicare il proprio livello di partenza nella lingua che si desidera studiare.
- Notion consente di personalizzare le proprie board, con la massima flessibilità nel layout e nell’utilizzo di widget.
Ma non sempre la richiesta di coinvolgimento ha successo. Diventa infatti problematica quando l’utente è obbligato a configurare tutto. Se il setup è infinito e più che un onboarding l’utente si trova a costruirsi l’app da zero, l’effetto che si otterrà è quello contrario: l’utente si sente frustrato e abbandona.
Come far funzionare l’effetto IKEA, senza perdere utenti
Se l’obiettivo è coinvolgere l’utente e non ostacolarlo, è bene seguire alcune linee guida, semplici ma efficaci, che evitano che l’utente abbandoni in corso d’opera, perdendo l’effetto desiderato.
Innanzitutto, regolare la difficoltà: il contributo dell’utente dev’essere significativo, quindi non può essergli richiesto qualcosa di troppo semplice, ma allo stesso tempo non deve neanche diventare un’impresa impossibile.
Bisogna poi che ciò che l’utente decide da sé sia visibile: il valore dell’apporto dell’utente dipende anche dalla sua possibilità di fruire del proprio lavoro. Ad esempio, se la personalizzazione richiede di scegliere degli obiettivi ma questi non incidono sul percorso dell’utente in app, il sentimento di efficacia si azzera.
Infine, la scelta dell’utente deve avere un significato: se non sente di aver apportato qualcosa all’applicazione, sarà una scelta come un’altra e non comparirà il senso di appartenenza a cui aspiriamo.
Abbiamo visto, quindi, che non sempre gli utenti cercano il percorso più breve; spesso cercano esperienze che sentono proprie. La tua applicazione può essere personalizzata dagli utenti? Raccontaci la tua interpretazione dell’effetto IKEA.







